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scritti di architettura | stefano ferracini



Progettare con tatto: il nuovo Opificio di Rivoli (TO)








Un lotto scuro e obsoleto nel centro storico di Rivoli poco fuori Torino, è oggi oggetto di un radicale intervento di trasformazione. Nato grazie alla mano di un gruppo di giovani progettisti, questo nuovo punto di riferimento urbano si inserisce in un percorso culturale culminante nel vicino Castello di Rivoli, meta d’arte internazionale e laboratorio di nuove tendenze contemporanee.

L’ Opificio di Rivoli è un ristorante, la cui estetica e cucina riflettono esigenze sofisticate e moderne. Il suo tradizionale menu mediterraneo unito alla particolare formula light (prezzi economici in un ambiente di ricercato design) attira un target d’utenza giovane, cosmopolita e culturalmente attento.

Il concetto che sta alla base del progetto è la “gestione dell’imperfezione”, una sorta di filo conduttore che vede come punto di forza la semplice naturalità dei materiali, accostati o assemblati grazie a lavorazioni di tipo tradizionale. Un valore capace di contraddistinguere un’architettura contemporanea e innovativa: barre, materiali lignei, tessuti, elementi di scarto sono sapientemente sagomati e montati attraverso bulloni, saldature a vista, colle o siliconi. Il risultato è un’architettura vera o come dicono i progettisti “sincera”, in cui poesia e sensibilità artistica si interpretano attraverso le imperfezioni tipiche delle lavorazioni manuali.

L’interno gioca su contrasti visivi e sulle diverse scale di percezione dello spazio e dei dettagli: l’alternanza di luce ed ombra accompagnata dal colore nero dominante ( intonaco e malte ossidate per pareti e pavimenti) ripercorre con eleganza l’ampia sala, completamente apribile all’esterno nelle due testate. Puntualmente spilli di luce (fibre ottiche a larga sezione inserite in tubi di ferro) discendono ad illuminare i tavoli. Lo stesso tema è ripreso nei bagni in cui l’acqua dei condotti è miscelata alla luce delle fibre ottiche. Un simbolico bamboo che attraversa i due piani dell’interno introduce il verde orto mediterraneo della veranda estiva di copertura.
Successivi dettagli si alternano in questa suggestiva concezione spaziale: i controsoffitti fonoassorbenti, le sedute e i rivestimenti in tessuto tecnico per capotte automobili, si affiancano alle lamiere in zinco titanio del bancone o al rame brunito del forno. Panche, infissi e tavoli sono in ferro non decapato. All’esterno esigenze tecniche ed estetica si conciliano in una grande parete di lamiera stirata che occulta gli impianti di depurazione e smaltimento delle cucine, e separa la facciata cieca dell’edificio adiacente. La scala esterna, ma visibile oltre la grande vetrata, diventa un emozionante cascata grazie alla rampa di raccolta dell’acqua pluviale sotto i gradini. Le divise sono disegnate dalla stilista torinese Alice Capelli.

Architettura: Bottega Studio Architetti
Stefano Cerruti, Davide e Dario Valle, Gianni Ricciuti.
Michele Blonna (collaboratore)

Immagine grafica: LSB Simone e Luca Pugno, Beppe Dell’Aquila
Strutture:
Dott. Arch. Dario Valle - Bottega Studio - Torino

Progettista impianto idrico-termico:
Dott. Arch. Paolo Fop - Studio Tecnico Chiavazza - Rivoli - Torino
Progettista impianto elettrico:
Dott. Ing. Cesare Cornagliotto - ABC Engineering S.r.l - Torino
Impianto elettrico: Pro System di Mario Rauseo - Torino
Impianto termo-idrico : Idrotermica di Peres Marino Ruggero - Venaria - Torino
Realizzazione particolari in acciaio: Fa.Ca.Fer di Nunzio Grasso - Rivoli - Torino
Realizzazione interni: CB Allestimenti - Nole - Torino
Impresa: Cerruti Costruzioni di Cerruti Davide e C. - Venaria - Torino
Foto: Paolo Belvedere

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 28




Italia sostenibile?
















Analizzando questi progetti cosi strettamente iberici è immediato il confronto con l’Italia: il maggiore punto di riferimento italiano in tema di ecocompatibilità è l’ANAB (Associazione Nazionale Architettura Bioecologica, www.anab.it ). L’associazione, nata nel 1989, si pone come obiettivo oltre alla certificazione dei prodotti, la ricerca mirata alla formazione e qualificazione dei professionisti ed organizza inoltre, in collaborazione con i più importanti organismi internazionali, convegni e seminari.
È un fatto, come spiega Giancarlo Allen, uno dei responsabili dell’associazione, che l’industria edilizia sia l’attività umana con più alto impatto ambientale.
L’industria edilizia si muove infatti in assoluta controtendenza rispetto ad altri settori industriali.
Se lo sviluppo tecnologico, continua Allen, si manifesta in genere attraverso processi di smaterializzazione e riduzione dei pesi ambientali, in edilizia avviene l’esatto contrario. Oggi l’industria edilizia è sempre più distruttiva in termini di impatto ambientale a seguito della sempre più profonda materialità dei suoi processi (sottrazione di risorse, produzione di rifiuti,
consumi energetici, emissioni). Affrontare questo argomento negli Assessorati al Territorio e all’Edilizia di Comuni, Province e Regioni o dentro le facoltà di Architettura e di Ingegneria è indubbiamente arduo. Lo scorso maggio l’associazione si è riunita determinando un quadro chiaro della situazione odierna: se da un lato l’industria edilizia rappresenta un grande fetta del nostro prodotto interno, dall’altra è regolamentata con leggi spesso arretrate, piano regolatore, norme tecniche di attuazione, regolamento edilizio sono gli strumenti della pianificazione locale ed il loro impianto è dichiaratamente obsoleto, figlio di una legislazione concentrata sulla necessità di pianificare lo sviluppo quantitativo in edilizia, cercando inutilmente di regolamentare l’enorme aggressione al territorio prodotta dal “boom” del primo dopoguerra. In quegli anni infatti l’attenzione ai temi ambientali era inesistente e lo sviluppo sostenibile non era
nemmeno stato pensato. I regolamenti edilizi, gli strumenti forse più appropriati a salvaguardare queste tematiche proprio perché vicini alla pratica edilizia, affrontano i
temi dello sviluppo sostenibile con articoli aggiuntivi, con un linguaggio tecnico complesso e quindi ancora più disincentivante. Questo produce un ulteriore allontanamento dalla condivisione e dalla partecipazione a temi strategici (1).
Altra questione sollevata è di natura economica e riguarda la contraddittoria
promozione della sostenibilità attraverso gli incentivi economici; il testo a questo riguardo è molto chiaro: lo “sconto” e il “premio” oltre ad essere sostanzialmente “a perdere” e quindi improduttivi, sono culturalmente sbagliati se affiancati alla necessità di promuovere una politica di qualità in alternativa ad una politica di quantità e sono inoltre a favore di pochi sottraendo a tutti risorse collettive destinate a servizi di pubblica utilità. Il rischio oggettivo è che con premi e sconti lo sviluppo dell’attenzione alla sostenibilità sia oggettivamente strumentale e “drogato” dagli aspetti economici piuttosto che frutto di un’effettiva comprensione e condivisione che possono determinare crescita culturale.
L’associazione su questo punto promuove invece un cammino di tipo elettivo, intendendo l’architettura sostenibile come il modo più corretto e giusto di affrontare il tema edilizio, non considerandola solo come mera alternativa costruttiva. L’operare a favore dell’eco-sostenibilità dovrebbe essere l’unico vero modo di pensare il futuro dell’architettura (2).

1_Giancarlo Allen, “L’Architettura Bioecologica: per una metodologia ecocompatibile
tra imprenditoria e sostenibilità" Palermo, giovedì 5 giugno 2003.
2_”Idee operative per una proposta di legge sull’architettura sostenibile”. Tavola
Rotonda, Roma 26 maggio 2006. www.anab.it

Pubblicato in Arquitectura Iberica n. 15, introduzione alla prima uscita in Italia.


Rinnovati equilibri




Il Foro Italico si rinnova. Un enorme investimento, sostenuto dal Coni Servizi, fondi pubblici e Project Financing ma soprattutto dall’intesa tra Comune di Roma, Ministero per i Beni Culturali e Regione Lazio, che mira a rimodernare e riqualificare l’enorme spazio sportivo costruito tra il 1928 e il 1938.
Gli oltre 80 milioni stanziati prevedono la riqualificazione del Museo dello Sport (all’interno della Casa della Scherma, opera prima dell’architetto Moretti), la costruzione di un nuovo Centro Servizi, il recupero del Complesso delle Piscine, la costruzione di un vasto centro fitness, la messa a norma del grande Stadio Olimpico e del centro Tennis.
Spazi verdi, nuovi percorsi, centri commerciali ipogei, ristoranti panoramici e parcheggi contornano uno dei più importanti esempi di architettura di regime - l’antico nome era appunto “Foro Mussolini” oggi considerato tra i maggiori cantieri di riqualificazione in Italia.
Il Complesso del Tennis con il suo Circolo Esclusivo rappresenta la prima opera terminata di una lunga serie di futuri interventi. Esemplare quindi, sia per le successive costruzioni, che come punto di riferimento internazionale, grazie anche al Concorso di Architettura che ne ha definito l’incarico a garanzia della qualità. Non è un caso che il progetto riesca a cogliere l’essenza storica del contesto, mantenendo invariate forme e linguaggio architettonico. Il disegno accurato dei particolari e il rispetto delle attuali esigenze di comfort e sicurezza, unite costantemente alla ricerca di una coerenza storica, hanno portato a scelte mirate soprattutto nell’uso dei prodotti edilizi, i più espressivi di questi sono gli infissi, che riproducono fedelmente il disegno dei vetri originari. Bar, Ristorante, e la nuova “Players Lounge” si aprono attorno ai campi grazie ad enormi superfici vetrate scorrevoli, progettate appositamente per questo luogo con l’uso di profili estremamente sottili in acciaio zincato 20/10. Con sezioni di larghezza variabile tra i 50 ed i soli 10 mm, si organizzano all’interno e lungo tutto il perimetro dell’edificio: porte (incluse anche porte a vento), finestre a wasistas di notevoli dimensioni, alzanti scorrevoli da due a quattro ante, vetrate fisse. Le stesse rifiniture cromatiche color antracite e bianco riprendono fedelmente i colori dell’epoca.
Le tipiche finestre ad oblò, ricorrenti in moltissime architetture di questa prima fase del moderno italiano, necessitano di profili adeguati, curvati appositamente secondo il raggio corrispondente, che spesso è molto ridotto perchè studiato all’epoca per i sottili infissi in ferro i cui vetri - di pochi millimetri - erano stuccati tra loro, costituendo l’unica barriera ai fattori atmosferici. Oggi, grazie alle nuove tecnologie dell’acciaio, si sono ottenuti medesimi profili, in sicurezza e a norma anche per questi dettagli di grande valore storico. Le nuove maniglie, chiudi-porta e accessori tecnici si inseriscono in questo contesto in modo attuale ed efficace: scelte e interventi di tipo “chirurgico” mirano ancora una volta a determinare equilibrati contrasti e allusioni al passato senza ricadere mai nel falso storico.
Altro sottile accorgimento è la messa a norma di tutti i parapetti. I tubi originari in ferro, che percorrono coperture, scale e ballatoi sono sapientemente integrati grazie ad un sistema di cavi e tiranti d’acciaio inox collocati tra i vasti intervalli dei parapetti dell’epoca.
Salvaguardare la memoria del luogo senza compromettere la qualità, rispettare le normative, elevare il progetto ad opera esemplare è una sfida a cui l’architetto con le giuste consulenze tecniche deve saper rispondere. Il Complesso del Tennis racchiude in sé questi valori concretizzando nuove linee progettuali utili anche per i successivi interventi del Foro.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 26
Progetto di
Studio LGP


Filtro sinuoso




Il progetto del Modam è pensato come un padiglione nel parco, un elemento osmotico che pur intensamente urbano si integra alla dimensione allo spazio aperto circostante divenendone elemento necessario, nucleo fondante il progetto del parco.
Recinto sospeso moltiplica i livelli del parco integrando le funzioni richieste in una dimensione che supera le categorie spaziali di interno ed esterno, individuando un continuum spazio temporale tra le diverse quote d’uso.
L'architettura risulta essere configurata dell’interazione di tre diversi condizioni fondative: individuazione del tema, le razionalizzazione e ottimizzazione del programma funzionale, ’ inserimento contestuale.
Le funzioni si articolano su tre livelli principali separando gli spazi adibiti al Museo, posti al livello interrato, della Scuola di Moda al piano sopraelevato, con l’intenzione primaria di unire e far interagire le funzioni comuni in un unico spazio alla quota del parco.
Questa scelta si riferisce ad aspetti con ampie implicazioni urbane come la relazione con il parco, in particolare a nord-est quelle con gli interventi previsti dal Piano della Città della Moda.
Lo sviluppo eminentemente orizzontale del volume si contrappone alla verticalità puntale degli edifici limitrofi riequilibrando la composizione urbana e ponendosi quale cerniera fisica tra il parco e la Città della Moda.

Concezione museografica

Elemento centrale dell’impostazione architettonica del Modam è dato dalla caratterizzazione del piano alla quota del parco quasi interamente libero, trasparente e privo di limiti.
La disposizione degli elementi vetrati permette liberi spostamenti tra gli spazi pavimentati permettendo l’accesso al Museo, alla Scuola, oppure solamente di raggiungere il parco, che corbuserianamente mantiene interamente la sua superficie grazie alla “sospensione” del volume della Scuola.
Il piano terra del Modam è concepito come il punto di distribuzione principale, accoglie gli spazi comuni, in cui tutto accade e tutto è visibile.
In questa libera disposizione il visitatore distingue un grande asse distributivo che organizza i differenti usi: ingresso al Museo, accesso alla Scuola, partenza o arrivo della passeggiata sul parco.
La luce che attraversa il Modam verticalmente permette un sistema di relazioni visuali tra l’interno e l’esterno, tra zone coperte e non. In questi margini verticali si ha una lettura compiuta dell’edificio. Dal ballatoio delle aule didattiche, luogo privilegiato ai soli studenti, lo sguardo percorre e si scambia lungo la sezione dell’edificio, attraversa lo sguardo dei visitatori al piano terra, fino a raggiungere i giardini dei patii del Museo al piano interrato. Scale a cielo aperto all’interno di ogni patio raccordano i diversi piani in una suggestiva sinergia d’uso che raggiunge il o suo apice nei mesi estivi. Tali percorsi orientati secondo i cammini stabiliti nel disegno del parco stabiliscono oltre alle vie di fuga, un ulteriore punto di integrazione al contesto.
Il movimento sinuoso della copertura, associato all’idea scultorea di un corpo delicatamente adagiato sul parco, racchiude al suo interno la risposta ad esigenze spaziali relative alle altezze dei soffitti dei laboratori tecnici più alte rispetto a quelle delle aule didattiche.
Il medesimo gioco flessuoso si ripete al piano interrato in cui leggere variazioni di pendenza stimolano il percorso espositivo del Museo e risolvono, come nella Scuola, specifiche esigenze in merito alle imprescindibili altezze dei differenti spazi.
Questa dicotomia tra rigido e flesso, tra pieno e vuoto, tra delicato e forte costituisce un’evidente allegoria figurativa che insegue reminescenze e simboli da sempre legati all’estetica dell’effimero, alla bellezza del corpo umano, alla grazia di un dipinto, alle relazioni tra le arti.
Tre blocchi separati determinano gli accessi rispettivamente al Museo, alla Scuola e alle zone tecnico/amministrative. Ad ogni accesso corrispondono zone di supporto comuni: l’ingresso del museo si connette la sala conferenze, l’ingresso della scuola è adiacente alla caffetteria, la zona amministrativa accompagna il bookshop.
Questi tre nuclei sostengono la grande struttura della Scuola della Moda, distribuita interamente al piano superiore in cui le diverse funzioni si distribuiscono nell’attorno di due grandi patii, uno relativo ai laboratori, l’altro per le aule. Lo spazio ricco di luce si rivolge al parco e all’interno in cui le grandi terrazze, veri e propri spazi di convivio e lavoro all’aperto, costituiscono elegantemente l’aggetto sul Forum.
La zona amministrativa, situata in un piano mezzanino interposto e sospeso al di sotto della Scuola, è collegata attraverso il percorso di una grande rampa che accompagnando l’avvenente silouhette del prospetto unisce il piano terra al ballatoio d’ingressi della Scuola.
Al piano interrato si organizza il Museo della Moda. In un grande spazio si inseriscono le aree espositive in cui due nuclei accostati ai loro rispettivi patii racchiudono le gallerie e i laboratori tecnici. L’impostazione di questa grande estensione mira a ricercare la massima flessibilità d’uso, isolando solamente quelle funzioni specifiche che necessitano di maggiore riservatezza. La restante superficie è libera di essere usata in funzione di distinte situazioni ed esigenze.
Tra il museo e il tunnel interrato, trova spazio l’area tecnica adibita a depositi e a macchinari direttamente accessibile ai mezzi dal passante sottoviario.

Relazione al progetto. Gruppo João Luís Carrilho da Graça, Camillo Botticini, Stefano Ferracini





SF: Comincia con questo numero l’edizione italiana di Arquitectura Iberica. In Spagna e Portogallo è già un successo e uno strumento utile a chi vuole informarsi in merito alla costruzione contemporanea. Una pubblicazione di ambito geografico così ristretto definisce dei margini operativi in luce di una chiara coerenza linguistica per di più esemplificata attraverso opere costruite. Sarà poi positivo essere così distinti…
CB: In effetti l’interesse per l’architettura iberica è elevato non tanto per una presunta omologazione regionale, ma per la ricchezza di sperimentazione che si è verificata in un contesto attento all’architettura contemporanea. Nel senso che ne rende possibile una sua concretizzazione all’interno di un spazio geografico che esprime un numero elevatissimo di progettisti di alto profilo cui si unisce un dibattito, ed una capacità reale di fare dell’architettura uno strumento necessario alla trasformazione dello spazio abitato…
SF: Parliamo quindi di contesti specifici, la rivista sottolinea l’ambito iberico come contesto geograficamente omogeneo. Sappiamo invece che esistono delle similitudini e diversità, cosa pensi per esempio riguardo a punti di contatto e/o differenze tra contesto spagnolo e portoghese?
CB: Recenti pubblicazioni monografiche che ricapitolano la ricerca dell’architettura sia in Spagna che in Portogallo mostrano la rottura di un procedimento che nelle diversità le aveva accomunate: riguardava la capacità di coniugare la ricerca delle avanguardie con l’attenzione alla storicità dei luoghi, alla loro geografia e morfologia…
SF: Molti critici riassumono le tendenze contemporanee attraverso due correnti predominanti, da un lato una linea di pensiero in cui la scatola è l’archetipo generatore alla Mies van der Rohe per intenderci, dall’altro la possibilità di gestire forme mutabili attraverso strutture leggere e movibili condizionando la ricerca grazie all’uso di forme non definite rifacendosi alle tipologie di Moebius…
CB: Oggi l’orientamento anche iberico si caratterizza pur nelle diverse linee di ricerca verso una maggior radicalità formale. Guardando alle sperimentazioni nord europee, fa riferimento ad una caratterizzazione metropolitana dell’architettura, ad un’espressività più radicalmente ipermoderna nell’assumere la perdita di identità dei luoghi come una condizione con cui confrontarsi.
SF: I progetti vengono presentati in modo diretto, immediato quasi secco: titolo, descrizione, piante, prospetti, sezioni e fotografie, questo volutamente per offrire la massima immediatezza e comprensione al progettista. Inoltre viene dato ampio spazio ai dettagli. Questa linea volutamente pragmatica che lascia spazio alla libera critica senza superflue annotazioni è positivamente apprezzata dall’architetto spagnolo e portoghese. Ci si aspetta una risposta altrettanto affermativa dai lettori italiani?
CB: Ci sono opinioni discordi sul ruolo della critica… commento superfluo spesso ormai solo incensatorio o necessaria contestualizzazione di un‘opera, sua analisi serrata. Questa ultima posizione oggi appare in crisi di fronte alla perdita di riferimenti. Certo la chiarezza comunicativa di una rivista, la capacità di insistere sullo specifico è già una scelta di campo che appare necessaria.
SF: La scelta dei progetti è volutamente indirizzata verso architetti giovani e non ancora famosi, questo ci aiuta a determinare caratteristiche e sviluppi di un panorama spesso dominato da pubblicazioni che vedono sempre gli stessi nomi ripetersi alterando a volte una visione d’ insieme più obbiettiva. L’introduzione di nuovi linguaggi è spesso dimostrata dalle generazioni più giovani...
CB: Non sono sicuro che la condizione generazionale sia determinante, credo alla giovinezza come ad un attitudine, ad una condizione dello spirito, tuttavia la capacità di mostrare il lavoro fatto da attori non selezionati reiteratamente (vedi la domus attuale ) capaci di proporre ricerche diverse credo sia una prerogativa dell’architettura iberica. In questo senso la scelta della rivista è molto importante.
SF: In questo tipo di architetture “giovani” molto comunicative e legate ai materiali usati oltre che distinte molto spesso per dimensioni ridotte e costi limitati anche per la loro capacità amovibile. In questi lavori sono privilegiati quei componenti d’architettura unibili a secco, senza quindi l’uso di malte o cementi ma attraverso viti e bulloni, colle, siliconi, resine, leghe leggere, tessuti elastici o gonfiabili, enfatizzando in questo modo una componente sperimentale e quasi effimera del progetto. Inoltre la volontà di nascondere o evidenziare gli aspetti costruttivi e materiali si ripercuote in innumerevoli progetti presentati sulle riviste. La tecnologia poi aiuta a condizionare e sviluppare nuove forme e linguaggi. Questo quanto ci dice su come si sta muovendo “oggi” l’architettura italiana rispetto ai nostri vicini colleghi mediterranei?
CB: L’architettura italiana come tutta l’architettura europea si confronta con il mercato della globalizzazione, purtroppo meno armata di strumenti ed occasioni significative, di un ruolo riconosciuto alla disciplina architettonica, tuttavia nella sua vastità e varietà presenta casi di certo interesse.
SF: In luce di quanto detto potrebbe esistere un concetto più ampio di architettura mediterranea includendo all’interno l’ambiente italiano?
CB: Credo esista storicamente ed in parte permanga una differenza tra l’architettura nordeuropea più caratterizzata tecnologicamente, più oggettuale e quella mediterranea più sensibile alle differenze, aperta, meno complessa costruttivamente, anche se oggi in relazione alle condizioni normative si assiste ad una progressiva omologazione. Oggi il panorama italiano si inscrive tra modelli rappresentati dalle stelle internazionali e una realtà che solo parzialmente riconosce il pensiero architettonico come strumento per la costruzione dello spazio urbano. Le questioni fondamentali sono due: da un lato il livellamento parodista di modelli impossibili, il più delle volte copiati in termini solo figurativi e nella maggior parte dei casi inadeguati al nostro contesto. Dall’altro lato un lavoro “ metabolico” relazionato alle differenti istanze internazionali dove solo dei progettisti riescono a estrapolare i valori essenziali a determinare un progetto coerente con il contesto, questo fare determina differenti livelli di trasformazione, ma che ancora riguardano gesti frammentari e isolati. Uno dei vantaggi della globalizzazione è questa potenzialità senza limiti che permette di accedere con facilità ad un mondo di idee, sperimentalismi e forme.
SF: I tuoi lavori dimostrano un forte legame con i concetti chiave del Moderno inoltre si legge chiaramente una certa influenza spagnola o portoghese. Forse in questi paesi si è riusciti a riformulare attraverso punti di partenza simili soluzioni “moderne” coerenti e contestualizzate…
CB: Si presenta in questi paesi un caso singolare di sviluppo “in ritardo” rispetto ad altre regioni europee, una sintesi efficace dei principi tradizionali del moderno, con una sensibilità alle questioni urbane italiane definite da Gregotti e Rossi depurate però dalle scenografie post-moderne. A questi presupposti si unisce una grande capacità tecnico costruttiva. Mi sembra normale trovare dei temi di riflessione per fondare un pensiero teorico-pratico. È anche un modo di reagire all’inerzia dell’architettura contemporanea in Italia.
SF: Un obbiettivo degli architetti è la definizione di un’identità architettonica, gli studenti invece devono cercare di non perdersi in questo frammentato caleidoscopio di riferimenti in cui tutto è lecito basta che sia giustificato, ricercare delle conformità aiuta a definire delle linee di pensiero che poi diventano scuole e successivamente danno continuità alla storia, si riuscirà ad stampare in futuro una rivista monotematica con le stesse qualità di Arq. Iberica dal nome Architettura Italiana…
CB: Il sistema d’insegnamento oggi è incapace di creare una relazione tra pensiero e pratica, questo fatto è determinato per questioni ideologiche: spesso i professori di progetto sono propensi a pensare al progetto in astratto, senza considerarlo nella sua complessità dalla carta fino al cantiere. Molte volte ci si imbatte in un rifiuto “intellettuale” che considera il fatto di costruire come “meramente” professionale.
Credo comunque che il processo di integrazione europea, con i limiti che presenta, porterà l’Italia a diventare anche per l’architettura (come per la politica) un paese “ normale”… Il processo anche se attivato non certo compiuto. Se l’orizzonte temporale di riferimento è il presente, la prospettiva cambia… Questi temi oggi sono centrali nel caratterizzare la “condizione postmoderna” della quale facciamo parte. Perciò una riflessione che sappia cogliere le dinamiche in atto si pone come fondamentale per cogliere il rapporto tra architettura e società.
SF: In questo numero si parla di spazi commerciali e dedicati al tempo libero, questi temi si collegano al concetto di architettura effimera, temporaneità e moda: un concetto forse stravagante per la nostra cultura mediterranea strettamente legata alla città storica, e al paesaggio. C’è una tendenza generale a preferire un’architettura senza storia concepita da fattori seducenti quali la moda e l’arte del comunicare, le vecchie regole del buon costruire, da sempre considerate ”per durare nel tempo” e che oggi si relazionano sempre più alle sfere estroverse e immaginarie della trasmissione globale non possono altro che assorbire e rappresentare una sorta di passaggio temporale rapido e costantemente oltrepassato

Pubblicato in Arquitectura Iberica n. 13, introduzione alla prima uscita in Italia.


Progettare la luce


Gli architetti Paolo Maria Fumagalli, Renata Fusi insieme ad Axistudio progettano e costruiscono un nuovo punto di riferimento culturale per la città di Milano: il centro espositivo interamente dedicato alla fotografia si inserisce luminoso e trasparente nell’omogeneità storica del quartiere Ticinese.La pianta è studiata in modo da accogliere diverse attività contemporaneamente, grazie alla sua modularità e ad un doppio accesso. All’interno si trovano oltre agli spazi espositivi, un piccolo auditorium, aule didattiche, un ristorante, un book-shop, e una caffetteria.L’ampio spazio è valorizzato dall’efficace studio della hall di ingresso, che con la sua facciata vitrea disegna il nuovo fronte stradale e anticipa le ampie sale espositive dell’interno. Il ruolo principale all’interno dello spazio ce l’ha la luce naturale, questo grazie all’esaltazione del colore bianco come tema cromatico costante e sopratutto all’elegante sistema strutturale che unisce il sottile disegno dei profili e la qualità tecnica degli infissi. Questo permette di concepire e costruire un enorme prospetto trasparente, tripartito da vetrate auto-portanti lungo i profili lasciati in vista.La ripartizione orizzontale invece, riprodotta dai marcapiani leggibili in facciata, definisce l’ordine della composizione esterna: piano terra con tre grandi porte in acciaio, primo e secondo piano con sei vetrate fisse agganciate direttamente ai profili con il sistema “a canale di avvitamento” - la guarnizione dell’infisso viene stretta attraverso un semplice bullone rivestito da una coppia di listelli in alluminio con aggancio a clips, eliminando in questo modo qualsiasi possibilità di corrosione. Questo sistema oltre ad occultare elegantemente ogni punto di ancoraggio, facilita le operazioni di verniciatura dei profili, che possono avvenire in officina o in cantiere prima del fissaggio delle vetrate.La copertura, anch’essa trasparente, costituisce il culmine della bussola d’ingresso e del successivo ristorante installato nell’antico giardino interno. La maglia strutturale, tracciata seguendo l’ordinata sequenza della facciata grazie all’uso di profili Stabalux, si innesta alle travi principali di copertura lasciando apparire tutta la potenza del tetto vetrato: dettagli e particolari costruttivi omologhi alla facciata conferiscono coerenza, rigore ed economia al progetto. L’accostamento agli edifici adiacenti è risolto tramite un accorto gioco formale che rispetta la pendenza del tetto a falde, disegnando uno scanso che accoglie la linea di gronda dei tetti esistenti. A questo gesto libertino del perimetro dei tamponamenti esterni fa seguito la singolarità del pannello di vetroritagliato e inserito opportunamente in continuità e rispetto delle regole compositive generali. L’efficacia progettuale della bussola d’ingresso e della copertura, illuminata da luce naturale o utilizzata come lanterna notturna, risiede interamente nella volontà di mostrare gli aspetti strutturali e tecnologici della facciata, coniugando una scelta di prodotto che sappia valorizzare al massimo tecnica e design estetico.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 25
Progetto di Paolo Maria Fumagalli





Botticini Architetti é um escritório localizado em Brescia que trabalha no âmbito do projecto e da paisagem urbana.
Desde 1993 o atelier o seu trabalho caracteriza-se através de uma pesquisa paralela entre aprofundamento teórico e experimentação.
Botticini é definido como um pós-conservador *, mas não é fácil resumir uma personalidade ainda jovem e desde sempre virada para o estudo e para o desenvolvimento cultural.
É evidente em toda a obra do Botticini a vontade de construir, de pensar as formas, a utilização dos materiais e a linguagem em função do objecto acabado.
Esta maneira de trabalhar não deve ser etiquetada como conservadora ou tradicional, pelo contrario, é real e verdadeira. É um modo de fazer que tem de lidar todos os dias com o pensamento de um conhecedor apaixonado da historia e da critica da arquitectura, e, ao mesmo tempo, com um mundo denso, feito de normas, leis, números, investidores, administrações e técnicos de Câmaras.
Este compromisso é claro sobretudo nas primeiras obras onde há uma vontade de encaixar, na veracidade dum lugar concreto, conceitos de inspiração moderna, capazes de definir logo resultados complexos e eruditos.
Hoje em dia as encomendas são maiores, existem convites para concursos internacionais, publicações, uma maior pesquisa para formas, materiais, mas continua ainda evidente a vontade de entender o projecto/desenho como instrumento técnico, regulador e contentor de pensamentos.

SF: Um dos teus objectivos é a procura duma identidade arquitectónica. Como orientas o teu pensar com o fazer relativo no fragmentado contexto italiano?

CM: Hoje o panorama italiano inscreve-se entre modelos representados pelas estrelas internacionais e uma realidade que só parcialmente reconhece o papel da arquitectura na construção do espaço urbano.
As questões fundamentais são duas: por um lado o nivelamento parodista de modelos impossíveis, muitas vezes copiados em termos só figurativos e na maioria inadequados no nosso contexto. Do outro lado há um trabalho “metabólico” em relação ás diferentes instâncias internacionais, onde só uns projectistas chegam a extrapolar os valores essenciais e a acabar os projectos de uma maneira coerente relativamente à envolvente, e este fazer determina diferentes níveis de transformação, mas que ainda aparecem como gestos fragmentários e isolados.
Um das vantagem da globalização é esta potencialidade sem limites, que permite chegar com facilidade ao mundo das ideias, das experimentações e das formas.
A solução não se encontra criando termos ao trabalho, mas pelo contrário percebendo a complexidade do projecto que não pode ser determinado só para uma síntese formal, mas como o resultado de questões e condicionantes especificas: desde a morfologia dum lugar até ás relações que o projecto consequentemente definir como o envolvente.
Uma coisa que não concordo consiste quando a arquitectura é feita igual para qualquer lugar, uma espécie de procura cenográfica, lúdica. Brincar sobre este tema não é uma novidade, mas cada vez mais se repropõe através de formas diferentes e muitas vezes com resultados medíocres.
A relação experimentação/construção é hoje em dia um grande desafio determinado pelos orçamentos limitados que as administrações públicas estabelecem para as obras, em que este facto provoca resultados muitos longe dos exemplos que se encontram nas revistas de arquitectura.

SF: As tuas obras construídas demonstram uma forte ligação com os conceitos chaves do movimento moderno, mas também são legíveis influencias de obras contemporâneas de Espanha e sobretudo do Portugal. Talvez nestes países se tenha conseguido reformular pontos de partida iguais com a diferença de que hoje em dia se encontram respostas “modernas” mais apropriadas e coerentes com o nosso tempo?

CB: Num processo de analise mais amplo, europeu, Espanha e Portugal fazem parte de contextos locais específicos. Ambas estas situações constituem um singular caso de desenvolvimento “em atraso” em relação a outras regiões europeias, uma síntese eficaz da tradição do moderno, com uma sensibilidade as questões urbanas italianas definidas por Gregotti e Rossi ma, nos casos “ibéricos”, depuradas das cenografia pós-modernas.
Com estes pressupostos junta-se a capacidade de construir, facto em que a Itália se encontra praticamente ao lado das questões. Acho normal encontrar neste panorama um ponto de partida para fundar um pensamento teórico-prático. Também é uma maneira de reagir à inércia do papel italiano na arquitectura contemporânea.

SF: O papel da escola neste mecanismo ajuda a criar pontos de referências, ou pelo contrário incrementa as incertezas…

O sistema de ensino hoje é incapaz de criar uma relação entre pensamento e praática, este é um facto por um lado causado para razões materiais, como o elevado número de estudantes, a falta de espaço, etc., mas também por questões ideológicas e mais graves: os professores de projecto encontram inclinados a pensar o projecto em abstracto, sem considerar a complexidade que uma obra tem desde projecto no papel até à fase final da obra. Muitas vezes encontra-se presente uma recusa “intelectual” que considera o facto de construir como “meramente” profissional.

SF: Como concretizas o teu trabalho, com a forte concorrência e os vínculos da burocracia italiana?

CB: Os vínculos nunca são um limite ao projecto, alem da obtusa arbitrariedade que caracteriza o trabalho dos funcionários cujo fazer classifica-se entre um ser especializado numa óptica muito conservadora e igualmente o facto de ser muito burocrático. Este modus operandi produz em muitos casos incompreensões entre o existente e o projecto, causando depois resultados ineficazes.
As instituições deveriam tentar recuperar o carácter central do papel da arquitectura como guia nos processo de transformação urbana. Hoje os
media trabalham de maneira positiva no apresentar da arquitectura como fenómeno importante na nossa sociedade, mas é ainda excepcional. Faltam leis que ajudem a por em primeiro plano o papel da arquitectura nas construções.

SF: Podes descrever dois projectos em si diferentes mas que consideras fundamentais no teu percurso de formação e que possam de qualquer maneira enquadrar os teu pensamento?

O projecto de Bagnolo Mella, de pequenas dimensões, ajudou-me a perceber o que quero procurar na arquitectura, ou seja a relação entre uma dimensão arquétipa - como um recinto, uma torre ou, em geral, como utilizar formas simples e interpretá-las nas diferentes situações - e uma que seja capaz de exprimir a contemporaneidade da intervenção. A dialéctica destas duas componentes fundam os princípios para a compreensão de um lugar e o consecutivo carácter da arquitectura.
O concurso para Valtrompia, um lugar dramático, sem identidade, precisava duma intervenção reagente. O projecto é portanto identificativo, sem nostalgias regressivas, comunica com um contexto absurdo feito de fragmentos isolados mas com capacidade para criar entre eles espaços complexos. O projecto desejava gerar diferenças em resposta à forte homologação.

SF: É comum adjectivar as obras italianas como similares ás portuguesas, holandesas, espanholas, etc. Existem, pelo contrário, pontos de referência nacionais? Pode-se definir uma arquitectura italiana?

CB: Estava a projectar juntamente com o meu colega Paolo Mestriner uma praça de um pequeno centro nos montes perto de Brescia. A administração queria uma intervenção leve, mimética, ecológica, que pudesse ser uma resposta ao caos que se encontra em volta. Nós, em resposta estávamos a estudar a arquitectura japonesa, como a deo Ito ou Sejima, na procura de referências para uma possível proposta.
Neste sentido reparámos na distância que estes exemplos tinham em relação ao contexto específico italiano: em primeiro lugar relativamente ás qualidades dos mestres japoneses, mas também em relação à capacidade intrínseca da natureza “italiana” de não se afastar dos traçados históricos, de tentar procurar sempre um sinal e de ter uma espécie de DNA urbano que fundamenta o nosso operar na definição dos espaços.
Esta característica acho que tem de se considerar como uma especificidade dos arquitectos italianos, temos de começar deste ponto.

SF: Esta é uma consideração importante num processo onde a única arquitectura que parece ter valor nas publicações é aquela sem contexto, mas existe ainda quem considere a cidade e o construído como ponto de partida…

Uma questão ainda sem resposta é como reagir em relação à perda da qualidade do urbano, tentar seguir o carácter do lugar para propor um projecto com capacidade de rivalizar um espaço existente e complexo.
Em Itália, a história, a morfologia do território, e tudo que existe tem de ser visto em maneira crítica, nada deve ser deitado fora, tudo é uma referência. A arquitectura tem de se repropor como resposta concreta e coerente à envolvente e não para fugir aos problemas que se encontram em volta. A questão principal não é refazer o Moderno, mas como utilizar todos os materiais disponíveis e as nossas referências culturais para evitar o desastre e sobretudo superando a incapacidade de enfrentar o caos.

Scritto per Vitruvius http://www.vitruvius.com.br/










In passato l’industria ha contribuito a intensificare il peso della città nel territorio, per abbandonarla poi a causa di esigenze infrastrutturali sempre più pressanti. Oggi l’industria restituisce alla città i luoghi che negli ultimi anni ha congelato. La città regione entra in sinergia con questi spazi dismessi attraverso nuove strade, nuove attività, nuove centralità.
Nella definizione di questo sistema urbano, l’insediamento di funzioni pubbliche come aree verdi, spazi culturali e commerciali, all’interno dei manufatti della antica fabbrica metallurgica ex “Tempini” definisce una serie di opportunità, che superano il confine fisico dell’intervento determinando ampi processi di trasformazione territoriale e sociale.
Il progetto del MUSeo dell’Industria e del Lavoro, per trasmettere questo grado di complessità e per coglierne il nuovo ruolo, simultaneamente legato alla tradizione industriale ma proiettato verso la nuova condizione di “macchina culturale”, non più produttiva, si concretizza mediante una sorta di grande, potente quanto elementare struttura costituita da putrelle in acciaio corten tra loro sovrapposte e distanziate con un intervallo pari alla loro altezza.

Si compone un sistema costruttivo che, arcaico nel rimandare a semplici archetipi del costruire, è capace, nella sua straordinaria forza ed intensità, di legarsi emblematicamente al mondo dell’industria. Il trafilato di ferro è infatti un prodotto tipico dell’industria bresciana, che continua anche oggi per il nuovo MUSIL a simboleggiare in tutta la sua forza il suo importante valore storico.
L’intervento viene espresso da un solido compatto e trasparente, un “recinto in acciaio corten” che ingloba la struttura della fabbrica esistente, lasciandola trasparire nel suo profilo.
Si realizza in sintesi una sorta di scrigno metallico che accoglie, valorizzandolo, l’edificio industriale esistente oramai considerato patrimonio storico.
l contenuto del museo non interferisce con questo nuovo contenitore, ne rispetta invece le peculiarità spaziali, si dispone in modo da definire tre parti principali che dal nodo centrale si distribuiscono nell’enorme spazio: esposizioni temporanee - centro congressi - torre uffici al centro, mediateca a sud, sale per le esposizioni permanenti. Il tema costruttivo si ripete anche all’interno delle singole sezioni, elaborando varianti formali in funzione delle specifiche esigenze.
All’esterno invece un deck ligneo si connette ad una terrazza in cemento sull’acqua che funge da piazza, accesso e bar all’aperto. Qui un chiosco esterno serve sia per orientare i visitatori, sia come supporto al bar che dall’interno si affaccia come una vetrina al grande spazio pubblico aperto e come punto di incontro dell’intera area.

La scatola luminosa del MUSIL riceve e proietta luce non solo dai lucernai, ma anche grazie al suo semplice principio costruttivo, definito da lame di luce e ombra. La costruzione è ancora più suggestiva dall’interno in quanto permette al visitatore una facile lettura della struttura in acciaio quando attraversata dalla luce solare.

Il carattere del sistema così riconfigurato, fa emergere una torre, una specie di contrappunto alla forte tensione longitudinale del museo.

Il nuovo elemento di designazione del paesaggio, funge da elemento di riferimento ad ampia scala, mentre l’enorme specchio d’acqua tra il Musil e il laminatoio attraversato da ponti e percorso dai tralicci del vecchio opificio determina uno spazio leggero e poetico in netto contrasto alle pesanti volumetrie dei corpi di fabbrica.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 24
Progetto di
João Álvaro Rocha




Appartamento in via Santa Chiara, Torino




Questo piccolo appartamento nel cuore della città e facente parte di un lotto recentemente recuperato, è oggi oggetto di un ulteriore rifacimento in funzione di un’utenza giovane e moderna.
L’appartamento, in precedenza notevolmente compartimentato si schiude di fronte a nuove esigenze sociali. Superata la contrapposizione casa/lavoro ci si rivolge piuttosto alla piacevole fusione tra piacere e dovere: dalla possibilità quindi di lavorare in casa, con due postazioni multimediali connesse in rete, alla zona cucina che oltre a permettere una refezione veloce è concepita anche per la preparazione di piatti elaborati come zuppe o sushi.
L’ampio open space è dolcemente intervallato da comode zone lounge, in cui ascoltare musica o leggere un libro.
I tratti rigorosi e netti, estremamente neutri sia nel colore che nella ricerca del dettaglio o dell’arredo, mirano a ricreare uno spazio semplice e in armonia, in cui l’assenza e il silenzio concedano rifugio ai rumori della città.

Progetto di Stefano Ferracini


Ephemeral passion




In the sixties Marshall McLuhan predicted: “buildings will become like a complex nervous system, tangible entities to interact with, objects according to our way of living the space, turned into a second skin”.
The ideal consequence of this revolution is the trend towards the disappearance of containers: walls that used to be steady, motionless, deaf to any stimulus, become membranes.
They lose weight, they gain lightness and, exactly like a nervous system, they improve in intelligence thanks to their complex apparatus of sensors projecting themselves onto the nature and the surrounding context.
They eventually succeed in catching lights, sounds, smells in a creative way. In other words, the building becomes an integral part of the natural system.
Ecology, from usual set of procedures founded on prohibitions and deprivations and, above all, on rigid contrasts (built-not built, green-cement) turns into a subject suggesting new balances where artificial and natural coexist or – using the word “blurring” that is very fashionable among architects today – they mix one another.
The difference between the work of art and the audience ends and it makes no more sense to speak about classic form, considered as an abstract fossilization of an idea.
In this process we lose one of the principles of the western culture: the concept of the aesthetic object structured as an opposition to the provisional nature of becoming; the concepts of everlasting monument and architecture forever ceases to exist.
The concept of ephemeral acquires a different and wider meaning and perhaps it is a nonsense to speak about ephemeral; on the other hand, any object built to be used or felt is always ephemeral.

Progetto di Stefano Ferracini


Il piacere dell'effimero




Moda, comunicazione, nomadismo, effimero, adattabile, trasportabile, trasparente, rappresentano forse i concetti chiave del seminario.
Vi è una tendenza generalizzata a preferire un’architettura veloce e rapida priva responsabilità storiche ma fortemente comunicativa appunto perché generata da componenti aleatorie e seducenti: la moda e l’arte del comunicare.
La nostra società non si può definire nomade, ma sono presenti al suo interno classi sociali che per esigenza o piacere sono costrette a spostamenti continui.
Immigranti, lavoratori transitori,studenti e abitanti in centri di emergenza, famiglie in vacanza, servizi, circhi e biblioteche ambulanti, fiere, sono i nuovi nomadi della nostra società avanzata.
La stessa tecnica delle costruzioni da sempre considerata “arte per durare nel tempo” sta passando attraverso contaminazioni talmente forti emanate da settori lontani dal mondo delle costruzioni come la moda, il mercato, la tecnologia che non le resta che assorbire e rappresentare un’epoca di passaggio talmente rapida da essere costantemente oltrepassata.
Le forme e di conseguenza i linguaggi non riescono a identificarsi in nessun periodo storico definito.
Inoltre oggi la tecnologia di questo nuovo modo di intendere architettura contraddistingue due immagini per il prossimo futuro: da un lato spinte da una esigenza specifica, per esempio di spazio abitabile in società marginali e mobili. Quello che accade nelle periferie dei grandi nuclei urbani: enormi densità costruite frutto di classi precarie che costruiscono alloggi temporanei completamente sregolati dai piani urbani.
Dall’altra la tendenza è invece derivante dai ceti più alti della società in cui l’esigenza di mobilità è causata da processi di sviluppo tecnologico. E in questo caso l’architettura offre nelle sue varianti formali e funzionali un terreno fertile per la libera sperimentazione.
I materiali usati quindi si distinguono per la loro capacità amovibile, prediligendo quindi quei componenti d’architettura unibili a secco: quindi senza l’uso di malte o cementi ma attraverso viti e bulloni, colle o siliconi. Resine sintetiche, leghe leggere, tessuti elastici o gonfiabili si alternano come immagine della nuova tecnologia contemporanea.
Questa volontà di celare o evidenziare gli aspetti costruttivi e materiali si ripercuote in innumerevoli progetti. La tecnologia inoltre aiuta a condizionare forme e linguaggi.
Ci si sofferma in sintesi in due correnti di tendenza, da un lato fa capo una linea di pensiero in cui la scatola è l’archetipo generatore emulando al riduzionismo di Mies van der Rohe, dall’altro la possibilità di gestire forme variabili attraverso strutture leggere e mobili fa in modo che ci sia una forte ricerca condizionata dall’uso di forme non chiaramente definite, come vele, tende, palloni, ovoidi e bloboidi etc, rifacendosi alle tipologie di Moebius.
E concludo citando MarshallMcLuhan “Gli edifici diventano simili ad un complesso sistema nervoso; entità sensibili con le quali interagire; oggetti che si adattano al nostro modo di vivere lo spazio, che si trasforma in una nostra seconda pelle.”

Scitto per Abitare Tra, Porto, Madrid, Palermo


Il ruolo centrale della piazza 2004




1_aree
Il Municipio, la Prefettura, la Chiesa, i numerosi negozi, e la frequentazione assidua dei cittadini dimostrano come l’ area di Piazza della Repubblica sia oggi il luogo in cui maggiormente si riconosce la collettività di Monfalcone.
Tuttavia l’ area si caratterizza come una pluralità di spazi disomogenei e di difficile fruizione: la Piazza vera e propria viene individuata come spazio di risulta dal tracciato viario, per cui l’accessibilità è subordinata all’attraversamento degli assi viari sui quattro lati, la zona verde è priva d’identità inoltre l’ estrema vicinanza ai mezzi di trasporto pubblici è fonte di inquinamento acustico oltre che atmosferico. La parte antistante la chiesa, il sagrato, oltre a presentarsi incompleta, risulta essere decentrata e subordinata rispetto all’ordine generale della piazza. Infine, la zona del Monumento ai Caduti è completamente abbandonata, priva di alcun interesse sociale.

2_sensazioni
La percezione del fruitore è strettamente legata alla morfologia del terreno, per questo la pavimentazione ne caratterizza l’aspetto peculiare: l’ utilizzo della medesima pietra, la Trachite, ha lo scopo di creare un’unità cromatica generale che ne caratterizza e definisce l’area di intervento. Vengono individuate tre tipologie di conci che si caratterizzano dal diverso interasse delle fresate praticate sulla superficie. Tale lavorazione garantisce una variazione di tonalità dei conci stessi appena percettibile ed in particolare il loro accostamento, secondo modalità differenti, crea dei ritmi di colore che caratterizzano e definiscono le zone.

3_ruoli
Il progetto di una piazza riveste soprattutto l’aspetto sociologico: si tratta di individuare e definire i ruoli delle singole zone, attribuendone poi in base alla loro importanza e funzione, differenti tipologie di pavimentazione. Gli spazi di comunicazione e collegamento vengono caratterizzati dalla disposizione dei conci in modo regolare. A livello percettivo si ottiene una sensazione di ordine che suggerisce il senso di marcia. Al contrario gli spazi di relazione e di sosta sono definiti da una disposizione libera e creativa suggerendo lo “stare”.

4_esercizi
La Piazza della Repubblica può essere associata all’idea di macchina ovvero uno spazio contenitore dove avvengono tutte le manifestazioni e gli eventi. Semplicemente pavimentata e lasciata priva di qualsiasi infrastruttura la piazza vuole dimostrarsi versatile e accogliente a qualsiasi avvenimento effimero. L’ intervento si concentra piuttosto nel delimitare lo spazio a favore di nuove prospettive: da una parte con un sistema di punti luce e dall’altra con alberi a formare degli aggregati di verde; saranno proprio questi ultimi a fungere da filtro con la strada, individuando un’area più intima e riparata. Accanto invece, i giardini seriali che filtrano il traffico dei veicoli di via Rosselli grazie ai loro differenti trattamenti cromatico-olfattivi costituiscono una fascia che attraversa Piazza Unità fino al Monumento ai Caduti.
Il Sagrato della Chiesa viene ampliato fino alla strada e pavimentato con gli stessi criteri di Piazza della Repubblica, al fine di rendere gli spazi di sosta gerarchicamente allineati, come allineato si intende il valore della Chiesa e del Municipio.

5_oggetti
Particolare attenzione è stata posta nel disegno degli elementi d’arredo in quanto parte fortemente caratterizzante l’identità della piazza. I lampioni, le panche, le rastrelliere per le biciclette e i pannelli comunicazione si contraddistinguono da un design semplice ed essenziale finalizzato ad evidenziare il materiale utilizzato: l’ acciaio. Materiale che a livello emotivo, ha il compito di richiamare i cantieri navali che ne caratterizzano la zona.


Café dos Cais 1994




L’antica Muraglia Fernandina e i colorati edifici della Ribeira portuense inquadrano il pittoresco sfondo di quest’edificio dal carattere provvisorio.
Una scatola di vetro e acciaio limita lo spazio del café che, al di là delle sue grandi dimensioni, ha capacità di sparire grazie ai sottili profili metallici e alla trasparenza del vetro.

Dalle tipiche imbarcazioni per il trasporto del “Porto”, alle baracche del piccolo commercio artigianale, questa “caixa em vidro” s’inserisce senza interferenze nella logica dei numerosi elementi di carattere provvisorio che coesistono lungo la marginale del Douro.

La copertura e il pavimento, costituiti anch’essi da un’esile maglia metallica, riflettono l’intenzione dei due progettisti di creare un oggetto autonomo e astratto senza però negare la relazione con la storicità del luogo.
La struttura portante è sistemata in modo tale da lasciare in corrispondenza degli angoli solo la leggerezza del vetro, inoltre tutti gli infissi sono costituiti da semplici barre in acciaio dallo spessore minimo.
La zona servizi e la cucina con il bancone del bar sono racchiuse in due parallelepipedi rivestiti in ardesia e s’inseriscono nel retro della scatola in vetro.
Visto da sud oltre il fiume, questi due unici elementi opachi sembrano scomparire tra i riflessi del granito e delle griglie in ferro battuto cosparse lungo tutta la muraglia.
La terrazza esterna è coperta da un sistema di tende e velari in Drakan, tessuto usato in marina. Tiranti, pali, moschettoni ricordano ulteriormente le antiche armature navali.
La possibilità di montare e smontare questa veranda rende lo spazio antistante il bar notevolmente flessibile.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 12
Progetto di Guedes/Campos


Workshop Pavillon in Oporto 1996




Tre alberi centenari limitano lo spazio per la nuova officina costituita da due parallelepipedi di uguale altezza.
Le due forme si contrappongono nel loro aspetto esteriore. Lo spazio destinato all’officina è rivestito in lamiera metallica, mentre il settore adibito ai servizi è determinato da un corpo di due piani rivestito in legno.
La struttura portante è completamente in acciaio.
L’officina è illuminata dall’alto, e sebbene l’aspetto interno sia fortemente industriale, luce e verde filtrano attraverso le grandi aperture del tetto diffondendo una seducente atmosfera.
Un muro di granito crea lo sfondo di un’ulteriore apertura a livello del pavimento, risolvendo quindi i problemi di accessibilità e aerazione interna.
Lo stretto corpo dei servizi comprende sanitari, deposito, e un piccolo spazio adibito a pensatoio isolato acusticamente. Lo spazio chiuso verso l’esterno riceve luce nel suo piano terra da un prisma trasparente che funge anche da spazio distributivo. Il piano superiore è illuminato attraverso un taglio che percorre longitudinalmente tutta la copertura.
Il progetto gioca nei contrasti interno/esterno, ad un aspetto esteriore opaco e chiuso, si apre invece all’interno uno spazio libero e chiaro cogliendo la presenza costante del giardino.
Il progetto si sviluppa da logiche metriche basate sulle proporzioni. Spazi e altezze si fondono nel panorama naturale originario, la superficie opaca del legno marca la presenza secolare degli alberi, mentre il riflesso della lamiera ondulata contrasta e ripercorre l’equilibrio verde attraverso nuove e svariate forme. Logos e Gea convivono in perfetta sintonia.
I due giovani architetti nella loro ricerca formale e costruttiva, alla luce delle loro opere compiute, costituiscono un esempio caratteristico di studio e uso dell’acciaio ad Oporto.
In fase di esecuzione è la loro nuova installazione, un bar in riva all’oceano, completamente in acciaio e vetro. Interamente costruito in officina, questo progetto apre nuove frontiere per l’acciaio in edilizia.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 12
Progetto di Guedes/Campos


João Álvaro Rocha, Architectures 1991-2001




Con grande discrezione João Álvaro Rocha si presenta in questa monografia. Si possono qui osservare i progetti più significativi di un breve ma intenso percorso che ha portato l’opera di Rocha a delimitare parte dell’intricato e controverso disegno oggi definito architettura contemporanea portoghese.
Francesco Craca, curatore del testo, suddivide l’eclettico lavoro dell’architetto in differenti sezioni Private House, Housing, Public and Service Building, Urban Project e Trasformation: action and interaction. Percorrendo le differenti destinazioni funzionali, Rocha appare immediatamente come costruttore coerente e deciso, il cui manifesto mette insieme i termini di tradizione, precisione, pratica e tecnica.
È il risultato di un lavoro silenzioso, notturno, tra la tenue luce di una lampada Naska Lux e numerosi fogli per schizzi sparsi sopra un tecnigrafo; non è un caso, infatti, imbattersi in Rocha, solitario e a qualunque ora del giorno, intento a terminare un dettaglio o a ragionare attentamente su come risolvere nel modo più “semplice” i complessi compromessi propri della tectonica del progetto.
Jose Manuel Pozo, nella sua introduzione al testo, sembra interpretare i gesti di Rocha: silenziosi, calmi, apparentemente semplici. Rispettare il territorio e riconoscere il ruolo protagonista del luogo, formano le premesse di un‘attività che sembra sempre ispirarsi all’anonimato. Il progetto cerca di dissimularsi ed entrare a far parte del paesaggio attraverso l’uso dei materiali reperiti all’intorno. I dettagli sono semplici ma efficaci e il disegno nell’insieme appare privo di strane novità e virtuosismi, in perfetta armonia con il contesto.
È questa ricerca a semplificare, a tralasciare il superfluo che contraddistingue coerenza e tecnica nel suo lavoro. Tecnica quindi, e non tecnologia, come rileva Francisco Mangado: un dialogo attraverso materiali e forme, senza l’uso di prodotti standard o da rivista specializzata; i dettagli costruttivi non sono mai casuali, ma interagiscono con il progetto differenziandosi nelle distinte necessità formali e funzionali. Infissi, porte, scale, sempre scrupolosamente disegnate, trovano risposta al massimo numero di problemi con la minima elaborazione. Minimalismo forse, ma inteso come sinonimo di decantazione, investigazione e processo finalizzato a risolvere problemi complessi con l’uso di sensibilità e cultura.
Opere e progetti si alternano dimostrando tutti i presupposti tipici di un percorso definito inizialmente dalla Scuola di Porto. Mi riferisco in particolare alle opere più antiche (Case I e II a Vermoin, Maia) in cui il “moderno portoghese” orientato dall’entusiasmante opera di Siza, professore all’epoca di Costruzioni, influenza inevitabilmente il giovane architetto. Ma, a parte queste giustificabili inflessioni, fin dal principio è sempre chiara una specifica ricerca d’identità.
È con l’edificio ICP e con il Complesso veterinario LNIV di poco successivi che Rocha acquista maggiore libertà espressiva e autonomia stilistica, mantenendo invariate tutte le prerogative tipiche della Scuola, ma stabilendo una posizione di compromesso tra luogo, tecnica e linguaggio europeo contemporaneo.
Le numerose case e ville sparse per il Portogallo cercano indistintamente di raccogliere gli elementi della loro composizione dal paesaggio circostante. Colori, forma, ambiente sviluppano condizioni che insieme ad esigenze specifiche di programma e forte capacità critica determinano forme già note alle pubblicazioni internazionali come la Casa a Carreço, o Casa da Marina.
La Casa a Varzea III chiude un capitolo, marcando con la stessa logica di coerenza e discrezione la piccola area abitata di Vermoim a Maia. La diversità in termini di risultato partendo dagli stessi presupposti, dà alle tre case, oltre alla chiara successione temporale, un grado di maturità costantemente evidente.
Il tema dell’abitazione collettiva e in particolare economica, è trattato da Rocha attualizzando scrupolosamente i principi dettati dall’antico programma SAAL a cui parteciparono le prime generazioni della Scuola di Porto.
Importanza al contesto, economia dei mezzi, attenzione agli aspetti sociali fanno dei numerosi edifici del programma PER di Maia un esempio finalizzato a comprendere principi come modularità, rigore, e precisione. La contrapposizione di ampie finestre in banda su un lato e piccole aperture puntuali nel retro, evidenziano oltre all’immediata distribuzione interna, anche la relazione tra piccola scala di dettaglio e il corrispettivo riflesso in facciata con il conseguente peso nella scala urbana.
Il Parco a Moutidos, il recupero di Quinta da Gruta con il suo giadino, oltre ad inquadrare Rocha in ambito urbano, vede il giovane architetto impegnato a trattare problemi direttamente legati al paesaggio e al trattamento del verde. Architettura, dettaglio e comprensione del luogo sono strumenti che fanno già parte del linguaggio di Rocha e, anche una sfida apparentemente difficile, è egregiamente vinta grazie a valori come discrezione e cultura artistica. Interventi puntuali, oggetti quasi caduti dall’alto, e percepibili in modo diverso a seconda dei differenti percorsi, compongono un ulteriore eccellente esempio di Land Art europea.
La numerosa quantità di opere e progetti nei diversi ambiti funzionali citati in questo libro, definiscono le basi di un lavoro recentemente cominciato, ma che per numero, impegno, e coerenza, denotano una matura capacità critica. I testi all’interno sono di Antonio Ravalli, Antonio Armesto, José Manuel Pozo, José V. Vallejo Lobete, Val K. Warke, Francisco José Mangado, e del fotografo, Luis Ferreira Alves.

Scritto per Arch'it, http://architettura.supereva.com/
e Vitruvius http://www.vitruvius.com.br/



Tre Bar a Gaia (2000-2002)




Tre bar arricchiscono un nuovo percorso panoramico lungo l’argine sud del fiume Douro.
Anche in questo caso la forte componente oggettuale dell’opera, funge da eccellente compromesso per un paesaggio estremamente emozionante.

Contornati da un lato dalle cave del tipico vino, dall’altro, oltre il fiume, dalla suggestiva città di Porto con alle spalle l’imponente ponte Eiffel, i nuovi bar continuano la logica urbana descritta da Grunch per il rispetto di una fascia continua lungo il passeggio fluviale.
Il progetto quindi contribuisce ad uniformare alcune irregolarità nel disegno del margine.

Ogni café è costituito da due volumi, uno aperto in vetro di ampie dimensioni destinato ad accogliere tavoli e sedie, l’altro più compatto racchiude i servizi.

Oltre ad avere caratteristiche funzionali diverse, i due volumi sono concepiti ciascuno con una logica costruttiva propria.

Il primo sfida la resistenza dell’acciaio disegnando una luce libera di 18 metri.

La forma scatolare è studiata in modo tale da garantire la medesima dimensione minima lungo tutto il perimetro della sezione.
In facciata, quindi, la costruzione riesce a trasmettere l’idea di una perfetta cornice che inquadra un’estesa superficie vetrata.
Il secondo volume invece incarna la logica inversa. Lo spazio, strettamente ergonomico, fonda i propri principi costruttivi in riferimento alle cabine delle navi dove ogni attrezzatura è pensata in funzione di uno spazio ridottissimo.
La zona dei servizi igienici è combinata seguendo regole analoghe al Dymaxion Bathroom di Buckminister Fuller.
La disposizione degli elementi in nicchie o cassetti, sfruttando al meglio lo spazio disponibile, costituisce in questo caso un ulteriore ed eccellente archetipo sull’uso degli spazi minimi.

I due volumi completamente rivestiti di lamine di acciaio sono uniti con uno stretto passaggio a soffietto.
Tale elemento estensibile permette ai due corpi di orientarsi indipendentemente potendo assumere direzioni assiali differenti.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 12
Progetto di Guedes/Campos


La scelta semplice




Le opere di Siza sono l’esempio di come un oggetto possa generare sensazioni. Se da un lato c’è una forte ricerca al mimetismo naturale come la Casa de Chà Boa Nova (1958-63) o la Piscina Oceano a Leça da Palmera (1961-66) vicino a Porto, dall’altro paradossalmente l’oggetto architettonico si sviluppa in se stesso attraverso forme compositive intercettate in parte dal contesto in parte da libertà poetiche derivate dalla cosiddetta “cosa mentale” come affermato da Peter Testa presentando Siza nel 1998. Espressione massima del perfetto dominio della forma sono il Museo di Serralves, inaugurato nel 1999, o la nuova Facoltà di Giornalismo in Santiago, aperta l’anno scorso. In questo caso la giustapposizione di spazi, e l’apparente distacco dalle forme naturali giocano di rimbalzo tra costruito e ambiente in uno scambio di relazioni stranamente biunivoche. Capacità di nascondere e rivelare, di aggiungere o togliere, di essere regola e parallelamente eccezione, l’uso della tipologia secondo paradigmi diversi che cambiano nel corso del tempo, avvicinano il linguaggio di Siza ad un idioma complesso. Il processo formativo che va dai primi CIAM alle nuove tendenze di architettura- scultura, dà alla luce una lingua capace di adeguarsi ad ogni contesto e natura, componendosi in modi e forme diversi che si perpetuano attraverso singole unicità progettuali. Siza promuove una nuova architettura espressionista evidenziando le tensioni tra costruito e natura, tra l’amorfo statico e l’uomo in continuo movimento, tra l’accostamento di materiali “freddi” come il marmo o l’acciaio e caldi come la pietra e il legno. Ogni opera, ogni piccolo lavoro è la scatola di un universo di “pormenores” che rendono stucchi, marmi, contro-soffitti, maniglie, lampade, porte, posacenere, tavoli, rubinetterie fino alla singola vite oggetti unici, studiati prima con cura e poi montati ed eseguiti in modo ancora artigianale e con una maestria sorprendente.
Nel corso dei progetti si è quindi venuta a produrre una numerosissima lista di oggetti, che non riguardano solamente il design classico, come mobili, porte, lampade, ma comprendono una ricca serie di accessori tecnici di particolare interesse e ingegno, come sistemi di chiusura e ancoraggio di porte e finestre tutti chiaramente in acciaio inox lucidato o satinato. Siza accosta e utilizza al massimo le caratteristiche meccaniche dell’acciaio contrapponendo pesanti superfici apribili con carpenterie dalle finissime sezioni. Lo studio del dettaglio alla sua sostanza costruttiva e funzionale rende l’oggetto privo di allegorie superflue, raggiungendo una sorta di obbiettività assoluta tra ruolo e forma. L’enorme capacita di rivelare o nascondere presuppone conoscimenti costruttivi chiari. Spigoli e angoli sono spesso il risultato di strutture metalliche posteriori alle quali si appoggiano marmi e gessi intonacati. Il granito esterno del museo a Santiago apparentemente massiccio è in fondo ancorato attraverso zanche metalliche supportate da telaio in acciaio. Le luci zenitali ricavate da aperture nel tetto sono tamponate tramite strutture metalliche sagomate.Vetri opachi o strutture leggere in gesso nascondono i freddi telai e creano così interessanti forme e giochi di luce. Momento di rivelazione massima del lucido metallo è il piccolo oggetto o il componente meccanico, dove estetica e funzione coesistono, dove tra il bianco dell’intonaco e il mobile in ciliegio compare la lampada dalla calda luce, dove per aprire una grande porta si spinge nell’esile maniglia metallica chiedendosi se potrà mai resistere allo sforzo.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 10
Progetti di Alvaro Siza


Tra rigore, ordine e sobrietà




L’intervento di Quinta da Gruta fa parte di un ampio progetto di riqualificazione urbana immediatamente a nord della città di Porto.
Al centro di un’antica area rurale, oramai diventata suburbio, si incontra un piccolo ma interessante edificio costruito agli inizi del XX secolo.
La rapida espansione della città e la trasformazione del territorio obbliga a convertire spazi obsoleti in nuove forme di centralità, il caso di Quinta da Gruta entra a far parte di un programma di sviluppo tendente ad accompagnare attraverso la creazione di nuovi servizi questi inevitabili cambiamenti.

João Álvaro Rocha in questo progetto pretende andare oltre il semplice restauro, riformulando spazi e funzioni attraverso un linguaggio attuale, senza prescindere dalla memoria rurale del luogo. Si tratta in sintesi di ristabilire un equilibrio tra antico e nuovo, tra grande e piccolo, tra pubblico e privato.

L’eleganza e la sobrietà dell’intervento nascondono uno studio approfondito nella scelta e nell’applicazione di materiali e regole: in ogni spazio apparentemente vuoto viene collocato un oggetto o un mobile che, senza distrarre l’attenzione, dinamizza le differenti percezioni visuali.

In modo occulto o evidente Rocha utilizza l’acciaio, sia per le sue caratteristiche di resistenza e durevolezza, che come pregiato componente estetico. Sono d’esempio tutti gli infissi dell’edificio costituiti da barre angolari in acciaio magistralmente occultate all’interno della muratura, oppure le esili mensole della biblioteca che, attraverso un telaio nascosto all’interno di una parete in cartongesso, riescono a raggiungere spessori di pochi millimetri.
Il passaggio tra i due piani della villa avviene attraverso una scala che si inserisce discreta in uno spazio aperto e libero da ostacoli.
Lungo l’esile corrimano tubolare si percorrono i sottili scalini fino a raggiungere il blocco in granito su cui poggia la scala. L’esercizio ludico determinante è infine accostare a rigidezza ed esilità, l’amovibilità di una piccola scatola interamente in acciaio che funge da primo gradino.
La zona destinata ai servizi igienici continua ad essere un abile esempio d’uso dell’inox, una parete apparentemente compatta cela due porte in acciaio in mezzo alle quali si trova uno specchio. Rubinetterie e supporti sono progettati e realizzati in inox.
Tavoli, sedie, armadi e porte, disegnati appositamente per la villa, mostrano o celano questo incondizionato uso dell’acciaio, mirato a caratterizzare da un lato l’aspetto artigianale del manufatto, dall’altro una ricerca del moderno e del tecnologico.
Risulta eclatante a questo riferimento la scatola dell’auditorio che proietta verso il futuro l’antica silhouette della villa.
La cassa è sorretta da enormi profili ad U in acciaio posizionati nello spessore delle pareti. Il rivestimento della sala è in legno, mentre l’esterno è costituito da lamine di alluminio e barre d’acciaio, il cui uso riflette la chiara intenzione di riprodurre una “scatola metallica” dall’alto aspetto hi-tech.
Il gioco di superfici trasparenti ed opache viene ripreso con una logica quasi “contraddittoria” nel volume contenente al primo piano la sala riunioni e al piano terra l’ingresso. In questo caso la completa trasparenza del vetro e la massiccia struttura in granito si inseriscono come trait d’union tra presente e passato.

La scatola è un tema ricorrente nel progetto, viene ripreso nelle sue più svariate interpretazioni anche nei piccoli oggetti sparsi nel giardino. Blocchi in pietra fungono da panchine, squadrati parallelepipedi d’acciaio da porta-rifiuti, lo stesso lampione è costituito da un semplice profilo a sezione quadrata.
Si incontrano inoltre alberi le cui radici vengono contenute in capienti cilindri d’acciaio.
La serra infine, nella sua leggiadra figura, nasconde dietro l’opacità dei vetri una struttura composita di tubolari in ferro, tiranti e tensori in acciaio.
L’accostamento tra vecchio e nuovo, tra artigianale e tecnologico sembra essere una delle prerogative nella ricerca linguistica di Rocha, e l’acciaio in questo ambito acquista sempre valore esemplare.

Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 14
Progetto di
João Álvaro Rocha