scritti di architettura | stefano ferracini

Un lotto scuro e obsoleto nel centro storico di Rivoli poco fuori Torino, è oggi oggetto di un radicale intervento di trasformazione. Nato grazie alla mano di un gruppo di giovani progettisti, questo nuovo punto di riferimento urbano si inserisce in un percorso culturale culminante nel vicino Castello di Rivoli, meta d’arte internazionale e laboratorio di nuove tendenze contemporanee.
L’ Opificio di Rivoli è un ristorante, la cui estetica e cucina riflettono esigenze sofisticate e moderne. Il suo tradizionale menu mediterraneo unito alla particolare formula light (prezzi economici in un ambiente di ricercato design) attira un target d’utenza giovane, cosmopolita e culturalmente attento.
L’interno gioca su contrasti visivi e sulle diverse scale di percezione dello spazio e dei dettagli: l’alternanza di luce ed ombra accompagnata dal colore nero dominante ( intonaco e malte ossidate per pareti e pavimenti) ripercorre con eleganza l’ampia sala, completamente apribile all’esterno nelle due testate. Puntualmente spilli di luce (fibre ottiche a larga sezione inserite in tubi di ferro) discendono ad illuminare i tavoli. Lo stesso tema è ripreso nei bagni in cui l’acqua dei condotti è miscelata alla luce delle fibre ottiche. Un simbolico bamboo che attraversa i due piani dell’interno introduce il verde orto mediterraneo della veranda estiva di copertura.
Architettura: Bottega Studio Architetti
Stefano Cerruti, Davide e Dario Valle, Gianni Ricciuti.
Michele Blonna (collaboratore)
Immagine grafica: LSB Simone e Luca Pugno, Beppe Dell’Aquila
Strutture:
Dott. Arch. Dario Valle - Bottega Studio - Torino
Progettista impianto idrico-termico:
Dott. Arch. Paolo Fop - Studio Tecnico Chiavazza - Rivoli - Torino
Progettista impianto elettrico:
Dott. Ing. Cesare Cornagliotto - ABC Engineering S.r.l - Torino
Impianto elettrico: Pro System di Mario Rauseo - Torino
Impianto termo-idrico : Idrotermica di Peres Marino Ruggero - Venaria - Torino
Realizzazione particolari in acciaio: Fa.Ca.Fer di Nunzio Grasso - Rivoli - Torino
Realizzazione interni: CB Allestimenti - Nole - Torino
Impresa: Cerruti Costruzioni di Cerruti Davide e C. - Venaria - Torino


Il Foro Italico si rinnova. Un enorme investimento, sostenuto dal Coni Servizi, fondi pubblici e Project Financing ma soprattutto dall’intesa tra Comune di Roma, Ministero per i Beni Culturali e Regione Lazio, che mira a rimodernare e riqualificare l’enorme spazio sportivo costruito tra il 1928 e il 1938.
Gli oltre 80 milioni stanziati prevedono la riqualificazione del Museo dello Sport (all’interno della Casa della Scherma, opera prima dell’architetto Moretti), la costruzione di un nuovo Centro Servizi, il recupero del Complesso delle Piscine, la costruzione di un vasto centro fitness, la messa a norma del grande Stadio Olimpico e del centro Tennis.
Spazi verdi, nuovi percorsi, centri commerciali ipogei, ristoranti panoramici e parcheggi contornano uno dei più importanti esempi di architettura di regime - l’antico nome era appunto “Foro Mussolini” oggi considerato tra i maggiori cantieri di riqualificazione in Italia.
Le tipiche finestre ad oblò, ricorrenti in moltissime architetture di questa prima fase del moderno italiano, necessitano di profili adeguati, curvati appositamente secondo il raggio corrispondente, che spesso è molto ridotto perchè studiato all’epoca per i sottili infissi in ferro i cui vetri - di pochi millimetri - erano stuccati tra loro, costituendo l’unica barriera ai fattori atmosferici. Oggi, grazie alle nuove tecnologie dell’acciaio, si sono ottenuti medesimi profili, in sicurezza e a norma anche per questi dettagli di grande valore storico. Le nuove maniglie, chiudi-porta e accessori tecnici si inseriscono in questo contesto in modo attuale ed efficace: scelte e interventi di tipo “chirurgico” mirano ancora una volta a determinare equilibrati contrasti e allusioni al passato senza ricadere mai nel falso storico.
Altro sottile accorgimento è la messa a norma di tutti i parapetti. I tubi originari in ferro, che percorrono coperture, scale e ballatoi sono sapientemente integrati grazie ad un sistema di cavi e tiranti d’acciaio inox collocati tra i vasti intervalli dei parapetti dell’epoca.


SF: Comincia con questo numero l’edizione italiana di Arquitectura Iberica. In Spagna e Portogallo è già un successo e uno strumento utile a chi vuole informarsi in merito alla costruzione contemporanea. Una pubblicazione di ambito geografico così ristretto definisce dei margini operativi in luce di una chiara coerenza linguistica per di più esemplificata attraverso opere costruite. Sarà poi positivo essere così distinti…
CB: In effetti l’interesse per l’architettura iberica è elevato non tanto per una presunta omologazione regionale, ma per la ricchezza di sperimentazione che si è verificata in un contesto attento all’architettura contemporanea. Nel senso che ne rende possibile una sua concretizzazione all’interno di un spazio geografico che esprime un numero elevatissimo di progettisti di alto profilo cui si unisce un dibattito, ed una capacità reale di fare dell’architettura uno strumento necessario alla trasformazione dello spazio abitato…
SF: Parliamo quindi di contesti specifici, la rivista sottolinea l’ambito iberico come contesto geograficamente omogeneo. Sappiamo invece che esistono delle similitudini e diversità, cosa pensi per esempio riguardo a punti di contatto e/o differenze tra contesto spagnolo e portoghese?
CB: Recenti pubblicazioni monografiche che ricapitolano la ricerca dell’architettura sia in Spagna che in Portogallo mostrano la rottura di un procedimento che nelle diversità le aveva accomunate: riguardava la capacità di coniugare la ricerca delle avanguardie con l’attenzione alla storicità dei luoghi, alla loro geografia e morfologia…
SF: Molti critici riassumono le tendenze contemporanee attraverso due correnti predominanti, da un lato una linea di pensiero in cui la scatola è l’archetipo generatore alla Mies van der Rohe per intenderci, dall’altro la possibilità di gestire forme mutabili attraverso strutture leggere e movibili condizionando la ricerca grazie all’uso di forme non definite rifacendosi alle tipologie di Moebius…
CB: Oggi l’orientamento anche iberico si caratterizza pur nelle diverse linee di ricerca verso una maggior radicalità formale. Guardando alle sperimentazioni nord europee, fa riferimento ad una caratterizzazione metropolitana dell’architettura, ad un’espressività più radicalmente ipermoderna nell’assumere la perdita di identità dei luoghi come una condizione con cui confrontarsi.
SF: I progetti vengono presentati in modo diretto, immediato quasi secco: titolo, descrizione, piante, prospetti, sezioni e fotografie, questo volutamente per offrire la massima immediatezza e comprensione al progettista. Inoltre viene dato ampio spazio ai dettagli. Questa linea volutamente pragmatica che lascia spazio alla libera critica senza superflue annotazioni è positivamente apprezzata dall’architetto spagnolo e portoghese. Ci si aspetta una risposta altrettanto affermativa dai lettori italiani?
CB: Ci sono opinioni discordi sul ruolo della critica… commento superfluo spesso ormai solo incensatorio o necessaria contestualizzazione di un‘opera, sua analisi serrata. Questa ultima posizione oggi appare in crisi di fronte alla perdita di riferimenti. Certo la chiarezza comunicativa di una rivista, la capacità di insistere sullo specifico è già una scelta di campo che appare necessaria.
SF: La scelta dei progetti è volutamente indirizzata verso architetti giovani e non ancora famosi, questo ci aiuta a determinare caratteristiche e sviluppi di un panorama spesso dominato da pubblicazioni che vedono sempre gli stessi nomi ripetersi alterando a volte una visione d’ insieme più obbiettiva. L’introduzione di nuovi linguaggi è spesso dimostrata dalle generazioni più giovani...
CB: Non sono sicuro che la condizione generazionale sia determinante, credo alla giovinezza come ad un attitudine, ad una condizione dello spirito, tuttavia la capacità di mostrare il lavoro fatto da attori non selezionati reiteratamente (vedi la domus attuale ) capaci di proporre ricerche diverse credo sia una prerogativa dell’architettura iberica. In questo senso la scelta della rivista è molto importante.
SF: In questo tipo di architetture “giovani” molto comunicative e legate ai materiali usati oltre che distinte molto spesso per dimensioni ridotte e costi limitati anche per la loro capacità amovibile. In questi lavori sono privilegiati quei componenti d’architettura unibili a secco, senza quindi l’uso di malte o cementi ma attraverso viti e bulloni, colle, siliconi, resine, leghe leggere, tessuti elastici o gonfiabili, enfatizzando in questo modo una componente sperimentale e quasi effimera del progetto. Inoltre la volontà di nascondere o evidenziare gli aspetti costruttivi e materiali si ripercuote in innumerevoli progetti presentati sulle riviste. La tecnologia poi aiuta a condizionare e sviluppare nuove forme e linguaggi. Questo quanto ci dice su come si sta muovendo “oggi” l’architettura italiana rispetto ai nostri vicini colleghi mediterranei?
CB: L’architettura italiana come tutta l’architettura europea si confronta con il mercato della globalizzazione, purtroppo meno armata di strumenti ed occasioni significative, di un ruolo riconosciuto alla disciplina architettonica, tuttavia nella sua vastità e varietà presenta casi di certo interesse.
SF: In luce di quanto detto potrebbe esistere un concetto più ampio di architettura mediterranea includendo all’interno l’ambiente italiano?
CB: Credo esista storicamente ed in parte permanga una differenza tra l’architettura nordeuropea più caratterizzata tecnologicamente, più oggettuale e quella mediterranea più sensibile alle differenze, aperta, meno complessa costruttivamente, anche se oggi in relazione alle condizioni normative si assiste ad una progressiva omologazione. Oggi il panorama italiano si inscrive tra modelli rappresentati dalle stelle internazionali e una realtà che solo parzialmente riconosce il pensiero architettonico come strumento per la costruzione dello spazio urbano. Le questioni fondamentali sono due: da un lato il livellamento parodista di modelli impossibili, il più delle volte copiati in termini solo figurativi e nella maggior parte dei casi inadeguati al nostro contesto. Dall’altro lato un lavoro “ metabolico” relazionato alle differenti istanze internazionali dove solo dei progettisti riescono a estrapolare i valori essenziali a determinare un progetto coerente con il contesto, questo fare determina differenti livelli di trasformazione, ma che ancora riguardano gesti frammentari e isolati. Uno dei vantaggi della globalizzazione è questa potenzialità senza limiti che permette di accedere con facilità ad un mondo di idee, sperimentalismi e forme.
SF: I tuoi lavori dimostrano un forte legame con i concetti chiave del Moderno inoltre si legge chiaramente una certa influenza spagnola o portoghese. Forse in questi paesi si è riusciti a riformulare attraverso punti di partenza simili soluzioni “moderne” coerenti e contestualizzate…
CB: Si presenta in questi paesi un caso singolare di sviluppo “in ritardo” rispetto ad altre regioni europee, una sintesi efficace dei principi tradizionali del moderno, con una sensibilità alle questioni urbane italiane definite da Gregotti e Rossi depurate però dalle scenografie post-moderne. A questi presupposti si unisce una grande capacità tecnico costruttiva. Mi sembra normale trovare dei temi di riflessione per fondare un pensiero teorico-pratico. È anche un modo di reagire all’inerzia dell’architettura contemporanea in Italia.
SF: Un obbiettivo degli architetti è la definizione di un’identità architettonica, gli studenti invece devono cercare di non perdersi in questo frammentato caleidoscopio di riferimenti in cui tutto è lecito basta che sia giustificato, ricercare delle conformità aiuta a definire delle linee di pensiero che poi diventano scuole e successivamente danno continuità alla storia, si riuscirà ad stampare in futuro una rivista monotematica con le stesse qualità di Arq. Iberica dal nome Architettura Italiana…
CB: Il sistema d’insegnamento oggi è incapace di creare una relazione tra pensiero e pratica, questo fatto è determinato per questioni ideologiche: spesso i professori di progetto sono propensi a pensare al progetto in astratto, senza considerarlo nella sua complessità dalla carta fino al cantiere. Molte volte ci si imbatte in un rifiuto “intellettuale” che considera il fatto di costruire come “meramente” professionale.
Credo comunque che il processo di integrazione europea, con i limiti che presenta, porterà l’Italia a diventare anche per l’architettura (come per la politica) un paese “ normale”… Il processo anche se attivato non certo compiuto. Se l’orizzonte temporale di riferimento è il presente, la prospettiva cambia… Questi temi oggi sono centrali nel caratterizzare la “condizione postmoderna” della quale facciamo parte. Perciò una riflessione che sappia cogliere le dinamiche in atto si pone come fondamentale per cogliere il rapporto tra architettura e società.
SF: In questo numero si parla di spazi commerciali e dedicati al tempo libero, questi temi si collegano al concetto di architettura effimera, temporaneità e moda: un concetto forse stravagante per la nostra cultura mediterranea strettamente legata alla città storica, e al paesaggio. C’è una tendenza generale a preferire un’architettura senza storia concepita da fattori seducenti quali la moda e l’arte del comunicare, le vecchie regole del buon costruire, da sempre considerate ”per durare nel tempo” e che oggi si relazionano sempre più alle sfere estroverse e immaginarie della trasmissione globale non possono altro che assorbire e rappresentare una sorta di passaggio temporale rapido e costantemente oltrepassato
Pubblicato in Arquitectura Iberica n. 13, introduzione alla prima uscita in Italia.

Botticini Architetti é um escritório localizado em Brescia que trabalha no âmbito do projecto e da paisagem urbana.
Desde 1993 o atelier o seu trabalho caracteriza-se através de uma pesquisa paralela entre aprofundamento teórico e experimentação.
Esta maneira de trabalhar não deve ser etiquetada como conservadora ou tradicional, pelo contrario, é real e verdadeira. É um modo de fazer que tem de lidar todos os dias com o pensamento de um conhecedor apaixonado da historia e da critica da arquitectura, e, ao mesmo tempo, com um mundo denso, feito de normas, leis, números, investidores, administrações e técnicos de Câmaras.
Este compromisso é claro sobretudo nas primeiras obras onde há uma vontade de encaixar, na veracidade dum lugar concreto, conceitos de inspiração moderna, capazes de definir logo resultados complexos e eruditos.
As questões fundamentais são duas: por um lado o nivelamento parodista de modelos impossíveis, muitas vezes copiados em termos só figurativos e na maioria inadequados no nosso contexto. Do outro lado há um trabalho “metabólico” em relação ás diferentes instâncias internacionais, onde só uns projectistas chegam a extrapolar os valores essenciais e a acabar os projectos de uma maneira coerente relativamente à envolvente, e este fazer determina diferentes níveis de transformação, mas que ainda aparecem como gestos fragmentários e isolados.
A solução não se encontra criando termos ao trabalho, mas pelo contrário percebendo a complexidade do projecto que não pode ser determinado só para uma síntese formal, mas como o resultado de questões e condicionantes especificas: desde a morfologia dum lugar até ás relações que o projecto consequentemente definir como o envolvente.
Com estes pressupostos junta-se a capacidade de construir, facto em que a Itália se encontra praticamente ao lado das questões. Acho normal encontrar neste panorama um ponto de partida para fundar um pensamento teórico-prático. Também é uma maneira de reagir à inércia do papel italiano na arquitectura contemporânea.
CB: Os vínculos nunca são um limite ao projecto, alem da obtusa arbitrariedade que caracteriza o trabalho dos funcionários cujo fazer classifica-se entre um ser especializado numa óptica muito conservadora e igualmente o facto de ser muito burocrático. Este modus operandi produz em muitos casos incompreensões entre o existente e o projecto, causando depois resultados ineficazes.
As instituições deveriam tentar recuperar o carácter central do papel da arquitectura como guia nos processo de transformação urbana. Hoje os
media trabalham de maneira positiva no apresentar da arquitectura como fenómeno importante na nossa sociedade, mas é ainda excepcional. Faltam leis que ajudem a por em primeiro plano o papel da arquitectura nas construções.
O concurso para Valtrompia, um lugar dramático, sem identidade, precisava duma intervenção reagente. O projecto é portanto identificativo, sem nostalgias regressivas, comunica com um contexto absurdo feito de fragmentos isolados mas com capacidade para criar entre eles espaços complexos. O projecto desejava gerar diferenças em resposta à forte homologação.
Neste sentido reparámos na distância que estes exemplos tinham em relação ao contexto específico italiano: em primeiro lugar relativamente ás qualidades dos mestres japoneses, mas também em relação à capacidade intrínseca da natureza “italiana” de não se afastar dos traçados históricos, de tentar procurar sempre um sinal e de ter uma espécie de DNA urbano que fundamenta o nosso operar na definição dos espaços.
Esta característica acho que tem de se considerar como uma especificidade dos arquitectos italianos, temos de começar deste ponto.

In passato l’industria ha contribuito a intensificare il peso della città nel territorio, per abbandonarla poi a causa di esigenze infrastrutturali sempre più pressanti. Oggi l’industria restituisce alla città i luoghi che negli ultimi anni ha congelato. La città regione entra in sinergia con questi spazi dismessi attraverso nuove strade, nuove attività, nuove centralità.
Nella definizione di questo sistema urbano, l’insediamento di funzioni pubbliche come aree verdi, spazi culturali e commerciali, all’interno dei manufatti della antica fabbrica metallurgica ex “Tempini” definisce una serie di opportunità, che superano il confine fisico dell’intervento determinando ampi processi di trasformazione territoriale e sociale.
L’intervento viene espresso da un solido compatto e trasparente, un “recinto in acciaio corten” che ingloba la struttura della fabbrica esistente, lasciandola trasparire nel suo profilo.
Si realizza in sintesi una sorta di scrigno metallico che accoglie, valorizzandolo, l’edificio industriale esistente oramai considerato patrimonio storico.
La scatola luminosa del MUSIL riceve e proietta luce non solo dai lucernai, ma anche grazie al suo semplice principio costruttivo, definito da lame di luce e ombra. La costruzione è ancora più suggestiva dall’interno in quanto permette al visitatore una facile lettura della struttura in acciaio quando attraversata dalla luce solare.
Il carattere del sistema così riconfigurato, fa emergere una torre, una specie di contrappunto alla forte tensione longitudinale del museo.
Il nuovo elemento di designazione del paesaggio, funge da elemento di riferimento ad ampia scala, mentre l’enorme specchio d’acqua tra il Musil e il laminatoio attraversato da ponti e percorso dai tralicci del vecchio opificio determina uno spazio leggero e poetico in netto contrasto alle pesanti volumetrie dei corpi di fabbrica.
Scritto per Acciaio Arte Architettura n. 24









